mercoledì 1 aprile 2015

"Di che tipo di corazza sei prigioniera?"

La protagonista della scorsa settimana è stata Cenerentola, l' archetipo (modello) dell'eterna fanciulla. Questa donna è rimasta intrappolata nelle immagini che gli altri hanno di lei e che assume in cambio di affetto (ma anche in cambio di potere... ci sono sempre dei vantaggi nei ruoli che vestiamo!).
Invece questa settimana vorrei citare il modello opposto di donna, ovvero il mito della "Donna Guerriera" o dell' "Amazzone Coraggiosa".
Questo archetipo rappresenta una donna che per affermarsi mostra molte doti maschili, diventando una donna in carriera a tutti gli effetti e mettendo "i pantaloni" rifiutando completamente le gonne.
Questa scelta diviene radicale e quindi ingabbia questa donna:
 indossare la gonna, ovvero le qualità femminili di ascolto e sensibilità potrebbero comportare "una grande fregatura"... così ci si inasprisce e si mostra il proprio scudo come simbolo della propria forza ed autonomia.
Molte donne al giorno d'oggi, per dimostrare che non sono inferiori al genere maschile, esasperano questo ruolo di "guerriera" per far vedere che non ci manca di certo la determinazione e la sicurezza interiore. 
Però spesso estremizziamo questa tendenza da eroine "alla Xena" (noto telefilm in cui una guerriera è la protagonista) ed è proprio questa esasperazione che ci porta lontane da tutto ciò che ci appartiene, ovvero la femminilità più sensibile... credendo che al primo segnale di queste qualità verremo abbandonate o rifiutate.
Lo scudo da guerriere quindi diviene una corazza contro l'angoscia dell'abbandono e contro la nostra parte indifesa, debole e vulnerabile.
"Esser considerate innocue fa ribollire il sangue di alcune donne;
cercano di essere sgradevoli scimmiottando i modi degli uomini.
E ci riescono.
Tracannando whiskey liscio, con gli occhi annebbiati.
Spavalde aspettando la gloria."
Carolyn Kizer 
Fin dagli antichi tempi, la cultura delle Amazzoni disprezzava gli uomini togliendoli dai posti di comando. Spesso le Amazzoni schiavizzavano gli uomini ed assumevano le funzioni maschili di potere. Queste donne addestravano le figlie ad una legge di vita fatta di cicatrici vistose e di dure battaglie all'ultimo sangue. 
Si dice addirittura nella leggenda che le Amazzoni si facevano asportare la mammella destra per tirare le frecce con più precisione!

In questi comportamenti non c'è altro che un'identificazione inconscia con il maschile.
Spesso se una donna ha avuto un padre irresponsabile e non presente affettivamente, la tendenza abituale è quella di reagire contro di lui indirettamente: ovvero si vestono i panni maschili per rivendicare in un secondo tempo una figura genitoriale poco affidabile. 
Questo diviene un compromesso davanti all'amara sofferenza e all'abbandono subito nei primi anni di vita.
Il desiderio quindi diviene quello di controllare il mondo esterno, percependolo privo di rischi.
La donna Amazzone però al posto di integrare gli aspetti maschili che potrebbero renderla completa, ne abusa identificandosi a pieno titolo con le funzioni del potere "maschile".
In questo senso ne diviene vittima perché in realtà lotta contro un passato non elaborato.
Come sostiene la psicoanalista Linda Leonard:

 "è importante riconoscere di che tipo di corazza è prigioniera la donna che veste questo ruolo.
Se non lo capisce continuerà a difendersi da ciò che ha dentro.
Avrà bisogno di accettare la sua Ombra di debolezza.
Spesso sotto il guscio di forza dell' Amazzone si trovano passività e dipendenza ed un fortissimo bisogno che può consumare quelli che le stanno attorno.
Accettare la propria debolezza non significa passare per sempre alla posizione opposta di "donna accudente", sebbene questo possa essere un momento necessario per lo sviluppo.
Se l'Amazzone può imparare a dare un valore alla sua vulnerabilità e agli aspetti della vita che non possono essere controllati, sarà in grado di trovare nuove fonti di forza."

Il "passare alla posizione opposta" è una fase che spesso noto nel mio studio: o vestiamo il ruolo di "donna accudente" o passiamo direttamente al ruolo di "spietata battagliera".
Diciamo poi che per noi donne non è semplice integrare questi due modelli perché spesso ci troviamo a rifiutare la rabbia amara o al contrario la nostra fragile vulnerabilità... per non parlare poi dei modelli che ci vengono proposti sin da piccole, ovvero le principesse totalmente buone, le streghe totalmente cattive o le donne travestite da uomini guerrieri. 
L'integrazione quindi fin dai nostri primi anni di vita, anche nei messaggi che vengono dal mondo esterno, non viene promossa.
Al contrario la nostra immagine deve esser chiara e quindi deve avere una precisa sfaccettatura ad esempio della ribelle orgogliosa o dell'umile donna accondiscendente. Spesso questi due modelli possiamo adottarli in momenti differenti della nostra vita ma anche qui siamo lontani dal nostro vero sé...
Il concetto del "Sè" è un'obiettivo molto duro da raggiungere... infatti quando siamo "centrate" e non siamo in preda dei ruoli che utilizziamo abitualmente della vittima, della spavalda, dell'insicura, della romantica, dell'ostile o della "credulona" possiamo affermare di essere libere da queste maschere e di aver preso contatto con il nostro "vero Io".
Riprendendo le parole di Linda Leonard nella "Donna Ferita":

"Donne che cadono nel comportamento archetipo dell' "Eterna Fanciulla" hanno bisogno di rendersi conto della loro forza e scrollarsi la loro identità di vittima.
Donne che sono catturate dalla tendenza da "Amazzone" al controllo, hanno bisogno di vedere in che misura il controllo può essere una falsa forza e di apprezzare l'essere aperte verso ciò che non può essere controllato."

Ed in voi donne che leggete, quale ruolo sentite più vicino al vostro modo di vivere?
Sentite di essere più inclini alla "Donna accudente", elogiate per la vostra compiacenza, capacità di mediazione e cooperazione?
O al contrario vi sentite più "Amazzoni", determinate ed in carriera?
Ricordiamoci poi, che spesso questi due modelli convivono nella stessa donna...

"Mi sono ritrovata prigioniera in due terribili corazze, quella da Diva e quella da Martire.
Quando dovevo affacciarmi al mondo lavorativo diventavo una competitiva "Diva Guerriera", pronta a sacrificare ogni energia pur di brillare davanti agli altri e dimostrare il mio potere.
Ma quando ritornavo a casa, tra le mura domestiche mi ritrovavo a vestire i panni di una "Martire Frustrata" che non riusciva ad imporsi e alla fine scendeva sempre ai compromessi degli altri, nel nome del ruolo della "Salvatrice" delle liti quotidiane."

cit." La Donna Ferita"

Buona settimana Donne Nuove!
Barbara


mercoledì 25 marzo 2015

1 buon motivo per non cadere nella "Cenerontolite"!

Leggo spesso titoli accattivanti tra cui:
“9 motivi per non essere stressati, 
arrabbiati, 
   nervosi,...”.
Come se per convincerci a non essere in un certo modo, dovremmo avere un milione di motivazioni che ci tolgono dalla tentazione di reagire come facciamo abitualmente.
Oggi, dopo un po' di settimane di assenza, volevo scrivervi anch'io un bel titolo accattivante ma poi ho riflettuto: perchè scrivere sempre mille motivi “per non esser...” e non solo uno?
Mi ha colpita l'uscita del film che ha popolato l'infanzia di tutte noi da bambine:
Cenerentola.
Chi di noi non ha fantasticato di essere questa “famosa stracciona”?
Chi non ha mai sognato di incontrare il principe azzurro,
che in un lampo porta via tutti i nostri guai?
O tutta la nostra solitudine?
Se poi a condire questa favola c'è una protagonista sempre bella (anche se vestita di stracci), delle sorellastre brutte e cattive ed una matrigna perfida con tanto di padre assente... direi che per noi può essere anche una condanna questa storia!! ;-)
Non a caso Jung ribadiva l'importanza degli archetipi nella costruzione della nostra identità, ovvero quei modelli di "donna" o della relazione uomo donna proposti dalla nostra cultura fin da piccoli.
Così siamo cresciute con questo “mito” e siamo state in un certo senso influenzate dal “pensiero magico” del principe azzurro.
Ma chi è poi questo principe??
 E serve davvero a farci evolvere da povera sguattera ad invidiatissima principessa?
Quando la “cenerentolite” invade il nostro modo di vivere, ci sentiamo smarrite senza una presenza maschile costante e cadiamo in un futuro senza speranze se non riusciamo a trovare un partner.
La cenerentolite non è altro che il potente desiderio di avere un uomo “perfetto” a tutti i costi ed abbandonarci a lui, annullando ogni nostra pretesa. E' la totale dedizione a quest'uomo, smarrendo ogni nostra indipendenza.
Spesso questo modo di vivere il rapporto può trasformarsi in un'altra fiaba che ha dominato le nostre infanzie: “la Bella” ovvero colei che impegna ogni energia per trasformare la “Bestia” in un bel principe. Questo passaggio lo possiamo incontrare proprio nelle dipendenze affettive dove regna la speranza di cambiare quell'uomo.
Nelle fiabe il messaggio che spesso si può cogliere è il bisogno di un partner per stare meglio e per liberarci dalle dinamiche famigliari infelici.
Anche la trasformazione è collegata alla conquista del principe... rinfreschiamo il nostro ricordo:



Nella storia di Cenerentola, la protagonista cerca di dimostrare che può andare al famoso ballo e conquistare così il popolare principe “che tutte vogliono”.
Questo sottile messaggio può fuorviare la nostra credenza:
“se liberarti tu vorrai, trova il principe e la felicità avrai”.
La cenerontolite quindi è alle porte di ognuna di noi: potrebbe esser scambiata come l'unica possibilità di affermarci e di dimostrarci donne a tutti gli effetti.
Il bisogno di appoggiarsi fa parte di tutte noi e non diventa una prigione se siamo anche in grado di “camminare da sole”. Diviene invece una “maledizione” se è nostra la credenza di non riuscire a vivere senza quella persona, per nessun motivo al mondo.
Ma donne... l'unico e vero motivo per non cadere in questa ricerca ansiosa di un compagno è proprio lì davanti a voi stesse.
E non intendo quel ricordo, 
quella foto nostalgica 
o quella vostra amica “che è stata più fortunata di me con gli uomini”.
La vera ragione per non cadere nella corsa al principe azzurro 
siete voi stesse.
Non abbandonate la vostra ricerca interiore per un illusorio salvagente.
Non rinunciate a voi per un'antica credenza:
"se non ti prendi cura di un uomo, non ha senso il tuo vivere."
Non idealizzate chi vi sta di fronte come un “principe azzurro”,
trascurando tutta la prepotenza con cui vi umilia.
E non cercate di “riaggiustarlo” per renderlo più simile ad un reale con tanto di corona:
cercate voi stesse, non il compagno di Cenerentola.
Chiedetevi il motivo di questa vostra ricerca,
andate in profondità e non abbiate paura:
 il motivo per cui state spostando l'attenzione su quell'uomo fa parte di voi e della vostra storia.

Posate quindi la corona ed il vestito "da conquista":
iniziate invece la ricerca della vostra natura selvaggia.

Buona settimana Donne Nuove!
Barbara


mercoledì 4 marzo 2015

Sei disposta a rischiare di sentire il tuo cuore?

Se provate a digitare la parola "rischiare" ecco qui quello che apparirà:
  • 1 Mettere a repentaglio qualcosa: RISCHIARE LA VITA.
  • 2 Correre un determinato pericolo: RISCHIARE IL FALLIMENTO; 

    RISCHIARE DI SBAGLIARE.

    Alle volte sembriamo così attaccati a tutto quello che sembra rassicurarci ma poi ci ritroviamo insoddisfatti. 
    Prendere le distanze da tutto ciò è troppo frustrante ed il costo sembra troppo alto.
    Bendiamo così la nostra curiosità verso "quello che potremmo essere", pensando di essere sognatori infantili senza ormai speranze.
    Ma è proprio questo nostro fissarci sulle abitudini, spesso tossiche, che spezza le ali alla creatività che invece ci farebbe sentire energici e vitali a fine giornata.
    Ci imprigioniamo in ruoli senza scampo, con un quintale di sensi di colpa alla sola fantasia di evadere.

    Ma dove è andato quel sano bisogno di bambino/bambina del passato?
    Dove sono finiti quei desideri ardenti dell'adolescente che siamo stati?
    In che posto sono stati soffocati quei sogni di donna/uomo che avevamo?
    Semplice, li neghiamo.
    Non solo, ci colpevolizziamo per aver "ancora" quel desiderio e lo reprimiamo aumentando ancora di più i ritmi quotidiani.
    Ma per quanto potremmo andare avanti così?
    Quanto sono forti i valori collettivi del "portar pazienza" ed dell'accontentarsi?
    A proposito di ciò, vi riporto una copia delle pagine di Riza Psicosomatica (una nota rivista scientifica) degli anni '80 per entrare proprio nel vivo di ciò che possiamo permetterci di fare o al contrario non possiamo fare assolutamente.


    Notate come i sogni e l'istinto sono mescolati con la violenza e l'eroina... addirittura il commuoversi, la collera e l'improvvisazione sono nella categoria del "male".
    Non stiamo guardando le pagine di un trattato del 1500 ma una rivista che appartiene agli anni della giovinezza di molte persone che stanno leggendo questo blog!!
    Probabilmente ognuno di noi è influenzato da una cultura che muove questa scissione (divisione), facendoci sentire "maledetti" se solo ci arrabbiamo o sogniamo.
    Questa consapevolezza ci può portare ad andare oltre alle credenze "condivise" di cosa dovremmo fare e di come vorremmo diventare, per ascoltare di più il nostro istinto.
    Il nostro istinto ci porta al di là delle categorie del "bene" e del "male" e libera i vissuti spesso bloccati da rigidi doveri.
    Solo la comunicazione tra il nostro istinto e la nostra razionalità potranno farci sentire liberi.
    Quindi anche se rifiutiamo di fare quello che dice  "la nostra pancia", almeno diamole ascolto!
    Per un momento fermati ed ascoltati:
    cosa saresti spinto a fare, senza chiamare la razionalità che detta legge?
    Fantastica su ciò e poi richiama tutti i principi che hai interiorizzato.
    Proprio questo può rappresentare il più grande rischio:
     fermarti ed ascoltare le tue emozioni. 

    Perciò rischia di guardate dietro alle tue rigide scelte, se non ne sei convinto/a.
    Esplora quello che si nasconde dietro la scelta di rimanere con quella persona.
    O al contrario scopri cosa c'è dietro a quel gesto mai fatto...
    a quel messaggio mai scritto...
    a quella proposta mai accettata...
    a quella persona mai ascoltata.

    Scegliendo di non scrivere a quella persona, a cosa hai rinunciato?  
    O al contrario cos'hai mandato giù, accettando di stare con quel partner?
    Come suona questa rinuncia nella "tua pancia"?
    Cosa ti spaventava così tanto?
    Cos'hai paura di sentire? 
    Spesso ci chiedono, parlando d'amore:
     "qual'è la cosa più pazza che avete fatto?" 
    "Quanto siete stati disposti A RISCHIARE per conquistare la persona amata?"

    Ribaltando questo interrogativo...
    Sei disposto/a a rischiare di lasciare le tue maschere abituali,
    le tue rigide auto-critiche,
    le credenze trasmesse dalla cultura,
    per conquistare la tua spensieratezza?
    Sei disposto/a a concederti questo rischio?

    Per tutti voi queste immagini e buona settimana... di fantasie un po' rischiose ;-)
    Barbara

    Prendi il rischio 
    La vita inizia alla fine della tua zona di "comfort" (di abitudine-comodità)
    Dovresti.
    Vorresti.
    Potresti.
    Fallo!
    Io non sono quello che mi è successo.
    Io sono quello che scelgo di diventare. 
     Non perdere te stesso nella tua paura
     Basta sottovalutare te stesso!



mercoledì 25 febbraio 2015

Il predatore delle fragilità femminili

Questi uomini ci vengono presentati in tutte le salse,
con un fondamentale denominatore comune:
uno spiccato senso del controllo associato ad un'estrema seduzione.
Spesso si tratta di uomini molto affascinanti, divertenti, ottimi imprenditori di sé stessi ed in più al corrente di tutte le tattiche (di fantasia, tenerezza, premura) necessarie per ammaliare una donna.
Ma questo iniziale paradiso diviene spesso solo un ricordo di un legame che vi farà dipendere senza poter avere voce in capitolo.
 “Benvenute” nella tela che questo tipo di persona tesse attorno alle vostre fragilità.

Prima o poi in questo blog, non potevo fare a meno di arrivare ad “ospitare” quello che spesso in psicoanalisi viene definito “il predatore” della psiche fragile della donna.
In parole più semplici, l'uomo che rende schiave le anime fragili delle donne.
Spesso questa “tipologia” di uomo ci viene presentata fin da piccole come colui che necessita del nostro prezioso aiuto e che grazie a noi potrà cambiare (la filosofia abbracciata anche dall'attuale film “50 Sfumature di Grigio”).
Una delle caratteristiche principali dell'uomo “ammaliatore d'anime vulnerabili” è la sua spiccata sensibilità nel cogliere i vostri bisogni. Vi sembrerà infatti SOLO ALL'INIZIO una persona dotata di un'estrema  empatia nei vostri confronti.
L'origine della sua tela manipolativa è proprio questo: cogliere le vostre fragilità e porsi in una posizione “genitoriale”, in cui finalmente è arrivato lui... l'uomo che vi salverà dai vostri vuoti e dalle vostre mancanze.
Questo potente aggancio vi farà sentire dannatamente attratte da questa persona; anche se sarete spaventate dalla sua lettura così diretta dei nostri bisogni più profondi, ne sarete contemporaneamente incantate.
Ma tutto ciò non è altro che un'illusoria luna di miele che servirà solo per creare un legame di dipendenza. Infatti “l'incantatore di bisogni” che avete davanti, non appena sentirà di avervi nella sua tela di potere, smetterà di cogliere le vostre necessità ma al contrario sarete voi a dovervi far carico dei suoi bisogni.
Tale posizione diventa una prigione per la donna, che forse già nel suo passato è stata protagonista di controlli e giochi di potere con le proprie figure genitoriali.
Diventare, dopo la subdola fase di corteggiamento, l'ipotetica “salvatrice” di quell'uomo ci fa entrare in un tunnel senza possibilità di uscita.
Infatti non riusciremo mai a cambiarlo, anzi ad ogni tentativo di “aiuto” lui risponderà con due precise opzioni: la fuga o una grossa scarica di aggressività che vi colpevolizzerà minacciando la fine della storia.
Con questo tipo di relazione non c'è mai parità tra i due partner.
Ritornando all'uomo che incontriamo in questo tipo di legame oltre alla sensibilità manipolativa, vengono utilizzate altre strategie al fine di rendere sempre più sbilanciato il rapporto.
Ci si ritrova paralizzate da pesanti critiche e subdoli confronti che demoliscono ogni risorsa della donna predata, facendola sentire la compagna sempre più imperfetta.
Gli attacchi verbali sono tra i più vari (“Ma come ti sei conciata? Dove vai vestita così? Sei diventata come quelle tue amiche che se ne fregano del partner?”) con l'unico scopo di distruggere ogni vostro tentativo di differenziarvi da lui ed allontanarvi dal suo ideale di donna.
Il tema degli ideali è spesso ricorrente; infatti il “predatore” non si fa scrupolo di paragonarvi alle sue ex o ad altre donne, che hanno sempre qualcosa in più rispetto a voi.
Di conseguenza il vostro animo “catturato” non farà altro che sentirsi inferiore, tentando ogni strategia per diventare “come lui vi desidera”.
Spesso ho ascoltato voci di donne che si sono estraniate dal loro “stile di vita” o dal loro modo di pensare, pur di diventare l'immagine perfetta che il compagno desiderava.
Questo intrigo toglie il controllo che la donna ha su di sé, rendendola un burattino bersaglio di richieste irrealistiche.
Non sarete quindi mai il suo ideale e
non avrete abbastanza carisma o intraprendenza.
Vi ritroverete spesso con l'angoscia di poterlo perdere per “non essere abbastanza” rispetto a quello che lui vuole, 
sentendo un potente smarrimento ed una grande "fame" della sua approvazione.

Questo “parassita” delle vostre risorse vi allontanerà talmente tanto dalla vostra identità, che ad un certo punto vivrete in funzione sua: si creerà una sorta di fusione in cui ogni vostra energia sarà impiegata per diventare il suo ideale.

Una perplessità che resta alle donne che si accorgono di questa manipolazione è spiegarsi come la stessa persona seduttiva e sensibile dell'inizio si sia potuta trasformare nel predatore sadico con cui hanno avuto poi un legame distruttivo.
Oltre a ciò, ci si domanda spesso come quell'uomo non si sia reso conto del male che ci ha fatto, manipolando le nostre richieste più fragili. E di conseguenza si sfiora la possibilità di poterlo comprendere, diventando non più la “ sua salvatrice” ma la “terapeuta” del suo passato irrisolto.
Questo però, per l'ennesima volta, vi allontanerà sempre di più da quello che voi siete e dai vostri bisogni più profondi.
Vi ritroverete sempre a vivere “in funzione di” qualcuno che cercate di cambiare.
Indubbiamente la “fase di smascheramento” di questo predatore è l'iniziale approccio per poter recuperare per poi proteggere le vostre fragilità.
In questa fase è necessario per ogni donna sentirsi protagonista del capitolo in cui si rivedono i passaggi di quel legame, con occhi consapevoli.
Questo passaggio permette di farci recuperare la padronanza di noi stesse e di comprendere cosa veramente stava accadendo in quella “ragnatela” relazionale.
Non è sicuramente un cammino semplice, in quanto assieme alla perdita dell'ideale che avevamo di quel “principe azzurro”, dovremmo esser pronte a rivedere anche il nostro ideale di “donna accudente”.
Ma tutto ciò appartiene un po' alla “fisica dell'anima” , citata nelle parole di “Prega, mangia, ama”:
Alla fine sono arrivata a credere in una ricerca che io chiamo La Fisica dell'Anima, una forza della natura governata da leggi reali quanto la legge di gravità. La regola di questo principio funziona più o meno così: se sei abbastanza coraggiosa da lasciarti indietro tutto ciò che ti è familiare e confortevole e che può essere qualunque cosa, dalla tua casa a vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esterna che interna, se sei veramente intenzionata a considerare tutto quello che ti capita durante questo viaggio come un indizio, se accetti tutti quelli che incontri strada facendo come insegnanti, e se sei preparata soprattutto ad affrontare e perdonare alcune realtà di te stessa veramente scomode, allora la verità non ti sarà preclusa.
Buona settimana Donne Nuove
Barbara

mercoledì 11 febbraio 2015

Riflessi di madre&figlia

Questa settimana vorrei mettere in luce alcuni aspetti del complesso rapporto che c'è tra ogni madre e la propria figlia, in particolar modo nel periodo della pre-adolescenza e dell'adolescenza.
Parto da questo periodo proprio perché in questo momento avviene la ricerca della separazione da parte della figlia, provocando stupore nella madre. 
Quando i propri figli crescono, le madri (ma anche i padri) potranno avere la sensazione di trovarsi davanti un'estranea e non la propria amabile bambina che fino a pochi anni prima le era attaccata con un'intensa energia affettiva.
Questa diviene una lotta interiore per ogni madre, che può chiedersi: 
chi ho davanti a me?
In cosa ho sbagliato?
Quali sono i nuovi bisogni di mia figlia?

Come ricreare il dialogo tra noi?

E' sicuramente spiazzante trovarsi, da madri, di fronte a questa evoluzione.
In fondo ci ricorda l'adolescente che siamo state...
e come non confrontarci  con l'adolescente che abbiamo ora in casa?
Ma i confronti non sono finiti:

questa volta siamo noi nel ruolo di madri e come non paragonarci a nostra madre,
a quello che ci diceva lei nella nostra adolescenza?
A quello che ci permetteva di fare e cosa invece non tollerava di noi?

Nel rapporto tra madre e figlia adolescente ognuna proietta (sposta sull'altra) cose di sé che fatica ad accettare e che rifiuta.
Ad esempio la madre che vive il ruolo della propria mamma e sposta sulla figlia i comportamenti che aveva nella propria adolescenza... (magari quella stessa mamma fa fatica ad accettare che sua figlia abbia quei comportamenti che lei non è mai riuscita a intraprendere.)
Tutti questi intrecci si riuniscono in una domanda tagliente:
come faccio ora a gestire mia figlia?



Ricordandoci che in questo interrogativo si mette in discussione anche
il nostro ruolo di madre d'oggi e di figlia di ieri.


A questo punto si renderà evidente una separazione dalla figlia vista come tenera bambina di prima, per lasciare spazio alla sua crescita nel percorso del divenire una donna.
Da madri, l' istinto ci guida nel sogno di tenere i nostri bambini al riparo da qualsiasi “male”; nonostante questa tendenza ci sono limiti che possiamo e dobbiamo rispettare.
Come scrive Judith Viorst:

“Dovremo abbandonare molte delle nostre speranze su quanto avremmo potuto fare per loro. E dovremo, naturalmente, lasciare che essi se ne vadano.
Perché, così come i bambini a poco alla volta devono separarsi dai genitori, anche noi dovremo separarci da loro. E probabilmente soffriremo, come la maggior parte delle madri (e dei padri), di una certa angoscia di abbandono.
Perché la separazione è la fine della dolce simbiosi.
Perché la separazione riduce il nostro potere e il nostro controllo.
Perché la separazione ci fa sentire meno importanti.

E perché la separazione espone al pericolo i nostri figli.”

( Judith Viorst, "Distacchi", 2004 pag.206-207)

La consapevolezza della necessità di tale distacco può essere il primo passo di questo duro periodo.
Anche perché, a loro volta, le separazioni dolorose della nostra infanzia possono condizionare i distacchi con i nostri figli.

Ad esempio se avremo sperimentato l'assenza di nostra madre potremmo negare o evitare la separazione, per essere sicure di dare a nostra figlia quello che la nostra mamma non ci ha dato.
Teniamo presenti:

quali erano i miei bisogni da piccina?

E quali sono invece quelli di mia figlia?

Sono veramente sue queste richieste?

O ricalcano quelle che io non ho potuto fare ai miei genitori?



Non a caso questi dipinti raffigurano due bimbe nello stesso spazio;
nel rapporto madre-figlia teniamo conto di esser sempre in due:
due figlie ,
due bambine ,
due adolescenti ,
due giovani donne ,
due madri a confronto.

La consapevolezza deve esser tenuta presente per non fondere i nostri bisogni con quelli di nostra figlia e non unire la nostra infanzia-adolescenza con la sua.
Proprio in questa divisione avviene la prima separazione tra ogni madre e la propria figlia.
Vi lascio riflettere con queste preziose parole:


“Lasciare i figli significa anche lasciarli essere ciò che vogliono, e significa abbandonare le aspettative che si hanno per loro.
Perché consciamente o inconsciamente, persino prima della nascita, facciamo dei sogni sul tipo di figli che vorremmo.
E dato che crediamo (e speriamo) di essere genitori migliori di quelli che abbiamo avuto, ci aspettiamo di generare figli migliori di quelli che loro avevano generato.

Ad ogni occasione avremo delle aspettative su di loro, che verranno soddisfatte ma che potranno anche essere deluse. Crescendo sotto il nostro stesso tetto, verranno esposti ai nostri valori, ai nostri stili, alle nostre opinioni.
Ma lasciarli andare significa anche rispettare il loro diritto a scegliere che forma dare alla propria vita.
Lasciare che i figli vadano, e abbandonare i nostri sogni per loro, sono perdite da annoverare tra quelle necessarie.

(Viorst, "Distacchi", 2004 pag. 211-212) 
Buona settimana,
Barbara

mercoledì 4 febbraio 2015

50 Sfumature di... illusioni?

E' stato tradotto in 51 lingue,
ha venduto più di 100 milioni di libri ed e-book,
è diventato una delle trilogie più seguite,
è stato il compagno di comodino per moltissime donne (e non solo...).

Avete già l'impressione di cosa parleremo?
Esatto proprio di "50 Sfumature di ..." che ora si sta facendo ri-sentire celebrando l'uscita del film.
Questi tre libri hanno riscosso un successo incredibile, tanto che i quotidiani britannici scrivono che è “cool” farsi vedere in giro con il libro in mano.
La storia di Anastacia, una studentessa che potremmo vedere tutti i giorni camminare vicino a noi, trascina ogni donna che legge il libro ad identificarsi (chi più, chi meno). 
Non parliamo infatti di una donna idealmente appagata, sicura di sé ed affermata.
La ragazza cade nelle mani (nel vero senso della parola...) di  Christian, un attraente manipolatore miliardario, dando inizio ad una relazione complicata.
Christian rappresenta l'uomo oscuro, pieno di segreti e contraddizioni che spingono Anastacia a ricercare il "cuore" di quest'uomo, sottoponendosi alle perversioni sessuali più varie. Questo legame viene contrattato nel vero senso della parola: alla ragazza viene chiesto di firmare un contratto nel quale si dovrà sottoporre ad ogni tipo di prestazione richiesta, abbandonando il controllo della situazione.
Il loro rapporto definisce due ruoli: il Dominatore e la Sottomessa.
Vorrei soffermarmi sulla descrizione di Christian: "un uomo abituato a non avere alcuna relazione affettiva; il contatto è limitato ad una relazione sessuale manipolatoria in cui lui impartisce ordini e la donna deve obbedire, pena la punizione."
E vi chiedo... chi vi ricorda questa persona?
Non necessariamente in questi termini, ma negli aspetti di controllo e potere che zittiva ogni vostro bisogno... chi vi viene in mente?
Non è mia intenzione andare contro questo fenomeno... certamente ha sdoganato la sessualità femminile, che fin dal passato è stata sottovalutata e ammutolita, provocando nelle donne molti sensi di colpa e vergogna.
Però ha dato voce alla sessualità femminile rimandando sempre ad un legame di dolore e piacere che sfocia nel "sostenere" una relazione sbilanciata: lui ha un controllo onnipotente, lei subisce nella speranza di cambiarlo.
In questa trilogia il lieto fine ferma ogni frustrazione, 
ma che messaggio ci da'?
"Sperate, pazientate, procedete nella missione di cambiare l' uomo freddo e distaccato,
reprimete i vostri bisogni accontentando quelli del vostro lui,
ne sarete ripagate."
Non servono contratti scritti,
spesso nella realtà di tutti i giorni si firmano contratti invisibili
che reggono questa logica: subisci in cambio di...
che cosa?
Credo che il gioco di potere sbilanciato, dove c'è un lui che detta le condizioni ed una lei che si conforma senza grandi opposizioni, porti un legame distruttivo:
la donna tanto più trova eccitante questa logica, quanto più si sacrificherà annullandosi per diventare "l'ideale di donna che lui vuole". (...come tu mi vuoi...)
Nello stesso tempo questa donna conferma sempre di più la sua identità di "donna accudente e comprensiva" che con tanto sacrificio potrà arrivare al suo obiettivo: 
prendersi i meriti di colei che questa volta è riuscita a cambiare la situazione. 
Al contrario magari del passato, dove davanti a quel genitore non è riuscita a far nulla se non a portarsi questo peso nelle sue relazioni con un compito ben preciso: 
"questa volta fai qualcosa per quest'uomo, qualsiasi sacrificio comporti". 
A livello inconscio si muove questa logica, mentre coscientemente si sente una grande eccitazione ed un gancio fortissimo verso quell'uomo "così distante ma allo stesso tempo così bisognoso..." (di noi ?!).
Il potere condiviso invece, in cui non c'è il ruolo di chi subisce e chi controlla, porta ad un'eccitazione anche sessuale matura e non illusoria: 
in due si "dettano" le regole ed in due si gioca consapevolmente.
Purtroppo alle volte anche chi subisce pensa di avere questo controllo: 
in realtà è un'illusione che abbaglia.
L'unico controllo come dice Robin Norwood "è proprio l'aiuto che vogliamo dare a quell'uomo per farlo diventare come noi lo desideriamo: il nostro ideale."
Vedere il film o leggere la trilogia con questa consapevolezza evita di prendere la coppia di protagonisti come rinforzo al nostro comportamento. 
La nostra sessualità può essere altrettanto eccitante (se non di più perché libera dal passato), anche senza un Dominatore a cui sottometterci senza alcuna obiezione. 
Non schiavizzate ancora di più la vostra bambina interiore 
che ha dei conti in sospeso con il passato.

Come diceva il buon Jung:
"dove l'amore impera, non c'è desiderio di potere, 
e dove il potere predomina, manca l'amore.
 L'uno è l'ombra dell'altro".

Buona settimana,
Barbara